Un infinito numero, Sebastiano Vassalli.


Libro mese di dicembre 2015

“Un infinito numero” – perché infinite sono le combinazioni che disegnano la Storia – è il bizzarro e allucinato racconto autobiografico di Timodemo, un tempo giovane schiavo greco figlio di una prostituta, poi venduto al mercato di Napoli ad un poeta, Virgilio.

Sebastiano Vassalli (Genova 1941 – Casale Monferrato 2015), nell’aura magica che solo la letteratura quando è arte sa creare, lo ascolta in religioso silenzio, e rapito dalle vicende annota interi passaggi e ne diviene così il narratore.

La scrittura asciutta esprime al meglio concetti lapidari mai adombrati da dubbi interpretativi, mentre la trama dell’ordito traccia, dal punto di vista linguistico, l’apologia della chiarezza espressiva.

A dispetto dei personaggi e degli accadimenti, non è un romanzo storico, ma un’opera rigorosamente intrisa di nichilismo e sottesa da un lucido pensiero: nel futuro ritornerà il passato.

E’ evidente il recupero della visione ciclica del tempo di reminiscenza pitagorica e platonica, contrapposta a quella lineare cristiana (dalla creazione all’Apocalisse).

Ma chi sono, oltre a Timodemo e Virgilio, gli altri attori che calcano l’assito di questo originale palcoscenico?

Incontriamone alcuni: Mecenate, ricco e potente protettore di artisti della città eterna; Ottaviano Augusto, l’imperatore che commissiona a Virgilio un poema per “creare” il mito della capitale dell’impero; la terra dei Rasna (leggi Etruschi) e la città sacra di Sacni che i nostri amici incontrano quando sono alla ricerca del sacerdote Velthune che svelerà loro la verità riguardo le origini di Roma.

I protagonisti del romanzo, come immersi in una favola, attraversano i meandri dei secoli, nascono e muoiono decine di volte, si affrancano dai parametri spazio-temporali e con lievità tutta poetica entrano ed escono per incanto dalle nuvole del tempo.

E’ questo il viaggio rocambolesco che intraprendono alla scoperta dell’antica Etruria, scrigno di preziose conoscenze, profondi segreti sulle origini del mondo, fonte ineguale di riflessioni filosofiche e ricettacolo di singolari credenze religiose.

Due domanda però, è bene dirlo, aleggiano sulla storia racconta da Timodemo-Vassalli: perché gli Etruschi che avevano un alfabeto e conoscevano la scrittura non ci hanno lasciato una memoria letteraria della loro maiuscola civiltà? Perché la scrittura, come la morte, faceva orrore a questo popolo?

Le risposte ci porterebbero nel cuore pulsante della vicenda, dunque è bene tacerle e rimandarle al lettore che vorrà percorrere queste pagine e incontrare altri protagonisti che vivono il tempo degli dei, degli eroi e degli uomini.

L’autore di Un infinito numero, che nelle sue opere non tralascia mai di rivolgere lo sguardo alla contemporaneità, in questo frangente accosta, con buona dose d’ironia, il vuoto di scrittura lasciato dagli etruschi, alla nostra civiltà di impenitenti grafomani, naturalmente con evidente sofferenza finale della qualità artistica.

Dopo tante vicissitudini, la comitiva di amici con scorta armata e amanti al seguito, la troviamo sulla strada del ritorno ferma nei pressi di Roma intenta a visitare le rovine di Veio, un tempo importante centro etrusco celebrato anche da Sesto Properzio nelle Elegie.

E qui, il tempo ritrovato della Storia, si erge a giudice imparziale e parla attraverso Mecenate:” Veio è stata una delle città più importanti del mondo antico (…) quando Roma era un gruppo di capanne tra le paludi e il Tevere …”.

Virgilio riflette a lungo e comprende che Roma è stata una città Etrusca e le sue origini “sono un rivolo della stessa Rasna”, ma soprattutto si convince che per soddisfare la richiesta di Ottaviano Augusto deve tacere la discendenza e i trascorsi poco edificanti di Eneas, imbrattati di sangue e violenza, dunque impresentabili.

Il maestro di Dante infatti, ritiene che la poesia “…deve mostrarci la parte migliore dei nostri sentimenti, così come la pittura e la scultura ci mostrano l’armonia dei nostri corpi …” e conclude dicendo “… per guardarci come siamo fatti davvero, bastano gli specchi!”.

Mecenate è di parere opposto.

Qual è dunque la funzione dell’intellettuale?

Virgilio, nell’opera di Vassalli, sarà tormentato per tutta la vita dalla sua Eneide, cagione per lui di mille peripezie che sfoceranno poi nel desiderio ultimo di distruggerla.

La storia di cui propongo la lettura, è durata un significativo periodo della vita di Timodemo: dagli ultimi anni delle guerre civili fino all’età imperiale, ovvero dal 42 a.C. al 14 d.C.

E come a teatro alla fine dello spettacolo cala il sipario e gli spettatori guadagnano l’uscita mentre in sala si spengono le luci, così sul nostro palcoscenico la folla dei protagonisti si dirada e rimane un solo attore a solcare ancora il Tempo e la Storia: Timodemo, che si rifugerà poi in una perduta fattoria dell’Apulia a espiare…

Marco Feccia

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