Il teatro e il suo triplo: relazione, cambiamento, montaggio


In tutte le epoche i pensieri hanno trovato varie espressioni per essere diffusi: danze religiose tra gli uomini primitivi, misteri orfici in Grecia, rappresentazioni sacre nel Medioevo. Sempre lo spettacolo è coerente coi diversi aspetti e le diverse attività dell’uomo; esso unisce, collega, riconduce l’uomo all’uomo, fa sorgere un senso di partecipazione alla vita.

È da qui che nasce il teatro: da condizioni storiche e collaborative, è un modo con cui una collettività esamina le decisioni necessarie alla sua vita.

La parola teatro etimologicamente fa riferimento alla parola greca “theatron” che richiama lo sguardo, il guardare e potrebbe designare letteralmente un luogo destinato agli spettatori. L’azione di guardare è reciproca: l’attore volge il suo sguardo allo spettatore che a sua volta è rivolto all’attore.

Inevitabilmente ci muoviamo nel livello della relazione; registi dal taglio di Barba e Grotowski  hanno definito il teatro proprio il “ciò che avviene” tra attore e spettatore.

In quest’ottica la presenza del pubblico è determinante nello spettacolo: il senso dello spettacolo nasce solo in virtù delle reazioni che ogni pubblico ha proprio guardando la rappresentazione.

Lo spettatore ricerca direttamente l’altro, l’essere umano;  ascolta una confidenza, quasi si “illude” sia solo per lui: è la magia del teatro, è “l’atto autentico” di cui ci  parla Grotowski.

Qualsiasi forma di relazione passa attraverso una comunicazione; la parola comunicazione deriva dal latino “communico”, mettere in comune, “communicatio”, partecipazione. Nell’ evento teatrale tale aspetto è la peculiarità e l’obiettivo  del regista è di produrre Sapere; non  una pura comprensione del sapere, ma che abbia effetti di cambiamento. Ci muoviamo quindi in un livello pragmatico; quando torniamo da teatro, infatti, non siamo più gli stessi: abbiamo vissuto una nuova esperienza che ha mutato il nostro apparato sinaptico.

Abbiamo, grazie all’esperienza diretta della scena, non solo assistito, ma anche vissuto la scena: abbiamo visto e partecipato a un “rito”.

Pier Paolo Pasolini ha definito il teatro “comunque, in ogni caso, in ogni tempo e in ogni luogo, un rito” ; affermando ciò egli si riferisce infatti alla funzione e al contenuto del teatro stesso. Come un qualsiasi rito è composto da segni e formule ripetuti, così i “gesti” teatrali assurgono al ruolo di rito se ben impostati e giustamente condivisi.

Questi sono gli elementi che compongono il “rito”, non sono casuali, sono accuratamente “montati”.

Ecco che ci accostiamo all’idea di montaggio di tutti quegli aspetti che compongono una scena: teatro, testo, spazio, ma anche gesti, espressioni e tutto ciò che compone lo spettacolo stesso.

In sintesi estresa i tre punti fissi da cui vorrei prendere le mosse per parlare di teatro, attività che vivo solo da spettatore.

Cosa succede a teatro? Perché la nostra attenzione è così densa? Perché sembra che partecipiamo alla scena?

Per le righe del blog mi piacerebbe muovermi entro questi binari, scoprendo e condividendo insieme la bellezza e l’intensità di questa meravigliosa forma d’arte: salendo insieme sul ponte e scendendo “cambiati”, come a teatro.

 

 

Bibliografia:ponte monet

Utet, Grande dizionario enciclopedico, vol XVIII SUN-T, “voce Teatro” 1972, Torino

Rivoltella Pier Cesare, Neurodidattica, Milano, Cortina, 2012

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