Il Morso del Lupo – di Luigi Balocchi


Il morso del lupo 1

La Biblioteca di Valle Lomellina Presenta
Il morso del lupo”, l’ultima fatica letteraria di Luigi Balocchi

La storia  che scorre sotto gli occhi del lettore prende spunto da un delitto di rilevanza nazionale avvenuto in Lomellina, che la trasposizione letteraria voluta dall’autore ha collocato a Vigevano: città di provincia, malata, dove riecheggiano ancora i paradigmi della cultura più intenta a fare “danè” che aprire librerie, e il suicidio di Lucio Mastronardi aleggia con la sua nera mole di interrogativi; di converso però, la città Ducale si affaccia senza reticenza sul belvedere di Milano, ricettacolo di mille tentazioni.

Il romanzo, rubricato alla voce “giallo”, è una sfida narrativa appannaggio di pochi: i prodromi appartengono a un consumato fatto di cronaca e il rischio di vergare pagine ripetitive, scolorite e desuete, è reale; ma qui prende corpo lo scrittore, capace di individuare e intraprendere un percorso originale, denso di motivazioni sociali e antropologiche, che relegano al ruolo di semplice pretesto, il delitto per antonomasia degli ultimi tempi.

Di cosa stiamo argomentando?

Il morso del lupo”, l’ultima fatica letteraria di Luigi Balocchi (1962), autore lomellino originario di Mortara.

Affidiamoci dunque al virgiliato del cronista di nera – che poi è null’altro che l’autore stesso – intento a far luce sull’efferato delitto di Sara Bigi, maturato nell’orrendo mondo della droga, del sesso e diretta conseguenza di un gioco perverso tra dominatori e sottomessi, che trova piena espressione nella vicina città meneghina.

Tutto è filmato e la vittima sacrificale è consenziente e non accenna ad alcuna reazione di autodifesa: siamo nell’inferno dell’orgia.

I personaggi del fattaccio brutto di Vigevano, via Case Rosse, ci sono tutti, celati dietro ai nomi di fantasia e invischiati nelle loro dinamiche processuali che tanto hanno fatto discutere; poi, nel teatro degli equivoci, dei depistaggi e delle dubbie connivenze, fa la sua comparsa Davide Cotta della “benemerita” e impegnato nelle indagini: in seguito smascherato dal nostro giornalista per un preservativo inavvertitamente caduto a terra.

Tinte forti e tinte pastellate tratteggiano uomini e donne che si avvicendano sul proscenio e, le differenti cromie, conferiscono loro una diversa caratura nell’ambito della storia.

Primo piano, secondo piano, proprio come sul set cinematografico dove si gira l’opera di Luigi Balocchi.

Il romanzo propone anche riflessioni sociali e riserva al lettore inattesi colpi di scena in luoghi carichi di pathos, ancor più accresciuto dalle magistrali descrizioni letterarie, che hanno la capacità di condurre il lettore sul luogo dell’accadimento a diretto contatto con i protagonisti di cui si coglie, con intensa partecipazione, la vicenda umana.

La ricerca linguistica che traspare dal romanzo “Il morso del lupo”, è la conferma di una ulteriore e sempre più matura evoluzione iniziata da Luigi Balocchi nelle opere precedenti: “Il diavolo custode” e “Il cattivo maestro”.

Italiano, Italiano dialettaleggiante e dialetto, si rincorrono armoniosi sulle pagine, senza soluzione di continuità e tracciano le trame di un ordito sopra il quale riposa una storia meritevole di lode.

In alcuni frangenti, la scelta espressiva e il cambio di registro sono suggeriti dalle profonde sensazioni che scaturiscono dalla geografia del cuore, racchiusa tutta in riva al fiume della città Ducale.

La struttura de “Il morso del lupo”, è duttile e bene armonizzata: l’autore lascia e poi riprende personaggi e quadri scenici per fare posto a nuove inquadrature e nuovi volti, che si portano appresso storie e tratti indelebili di lomellinità, bagliori letterari questi, che emergono in virtù di una mirata e bene riuscita ricerca e descrizione di tipo introspettivo.

Sotto questo cono di luce Balocchi chiama in scena anche Fulvio Soldati, un ladruncolo, al quale affida la disamina del passaggio dalla malavita locale a quella gestita da “forestieri giunti da lontano”.

Emerge un interessante spaccato di impronta sociologica; e il cerchio si chiude.

A proposito, chi è il protagonista di questa storia?

Caro lettore, io te lo svelo, ma non chiedermi altro.

Sarai tu, nel corso della lettura a percepirne le profonde motivazioni argomentate con riferimenti mitologici, storici e perché no, filosofici.

Dimenticavo di dirtelo: il lupo.

La morte aleggia su Vigevano che ha dilatato i propri confini per diventare la metafora di un dissesto morale.

Il sangue schizza e imbratta non solo la casa dove giace riverso a terra il corpo senza vita di Sara, ma la fredda e disumana statistica, ci dice ancora una volta che la città degli Sforza implementa il suo primato di suicidi.

Sono uomini e donne che vivono ai margini della società, coltivano nell’ombra passioni sfrenate al limite della patologia, proprio come li tratteggia la penna del cronista di nera.

Conosciamoli: Ducario, veggente; Bertaglia, becchino; Girolfi, affetto da ossessione erotica.

Tre morti procurate, non prima di aver scritto una pagina orrenda in questa tragedia.

In principio era un sorriso di donna.

Suzka, personaggio lieve come i suoi vent’anni: di giorno praticante giornalista con la voglia matta di affiancare il cronista nell’inchiesta – forse c’è un barlume d’amore che ancora potrebbe salvarla – di notte invece precipita nell’ingranaggio della perversione più accentuata, consumata lontano da Vigevano, a Milano.

Una doppia vita la sua, che però non coglie di sorpresa il carabiniere Davide Cotta e Roberto Turi, il fidanzato di Sara, l’unico indiziato per omicidio.

I due, dopo la scarcerazione del giovane sospettato, si frequentano assiduamente e nella metropoli lombarda sono clienti fissi del locale notturno “Animal Pervert”, dove vengono girati i filmini che mostrano la depravazione di Sara e Roberto, i fidanzatini bocconiani.

Fedele a se stessa, Suzka, non regge e per una serie di circostanze che lascio all’avveduto lettore percepire, decide di farla finita.

Un solo testimone, il Ticino.

 A pensarci bene, è un personaggio dignitoso.

E l’indagine?

Il giornalista è sempre sul “campo” e la ricerca spasmodica della verità diventa una ossessione dalla quale non riesce ad affrancarsi.

Allora comprende che la strada è obbligata: percola nella malavita, ne conosce le lusinghe e le tetraggini, incontra lo spaccato di varia umanità che popola quella bolgia e si convince che il calice amaro va bevuto sino in fondo; ma, soprattutto, è certo che la via del ritorno è preclusa per sempre.

Marco Feccia

 

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