MARIO DAFARRA E GIUSY BAFFI: GEOMETRIE UMANE


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Geometrie umane è un progetto espositivo che lega due artisti molto differenti tra loro ma che, all’interno degli spazi della galleria, si completano. Entrambi utilizzano la fotografia come mezzo di espressione, ottenendo però risultati assolutamente diversi, opposti. Gli artisti sono un uomo e una donna. Quale più netta opposizione? L’uno è impulsivo, l’altra è razionale. L’uno è sinuoso l’altra è geometrica. L’uno è colorato, l’altra è bianco e nero. Eppure, le loro opere sono complementari poiché tutto può essere ricondotto all’essere umano. Giusy Baffi fotografa l’architettura, Mario Dafarra fotografa le persone. Negli scatti di Giusy Baffi non ci sono persone, negli scatti di Mario Dafarra non c’è spazio, ambiente o architettura. L’essere umano lega i due differenti percorsi artistici poiché l’architettura è opera dell’ingegno umano, ma l’uomo è altrettanto “scomponibile” in figure geometriche, giungendo infine ad un’astrazione metafisica. Dal 1851 con Normand, fino ad oggi con la Hœfer, la drammaturgia per immagini ha trovato nella fotografia lo strumento perfetto per invadere la realtà con la realtà stessa. Giusy Baffi presenta al pubblico scatti di architetture in bianco e nero in cui la linea è protagonista, creando dettagli geometrici in una rilettura e trasformazione della realtà. L’equilibrio tra pieni e vuoti, moduli e linee, crea illusioni spaziali irreali volutamente oniriche, gli edifici si ergono in una staticità solo apparente, sorprendendo l’occhio dell’osservatore con un dinamismo inaspettato. In ognuno di questi scatti, l’essere umano è raccontato solo attraverso l’ingegno della progettazione, ma anche attraverso gli occhi della fotografa che ha fissato per sempre nel tempo quel particolare, quel dettaglio di una struttura architettonica contemporanea.  Osservando queste immagini dobbiamo abbandonare il concetto di tempo e spazio, poiché è necessario concentrarsi sulla nuova vita che assume una finestra, un arco o un modulo decorativo. La linea conduce ad una visione estetizzante dell’architettura, abbandonando il ruolo di testimonianza per giungere a quello di pura perfezione formalmente infinita, in cui la ricerca della bellezza si eleva al suo grado più alto. Opposto è invece il percorso artistico di Mario Dafarra, definito giustamente da Giovanna Fiorenza “arteficiere”: le sue opere sono estro nella forma più pura, sono frutto di infiniti passaggi fotografici, fino alla realizzazione di un’immagine nuova, in cui l’originale funge solo da pretesto. Linee sinuose delineano figure umane immaginarie, in cui il colore è lo strumento attraverso cui si arriva alla linea, e ciascuna di queste astrazioni è inserita in uno spazio inesistente, bidimensionale, un non-spazio. L’assoluta mancanza di profondità, nelle opere di Dafarra, indica una volontà di astrazione, di decontestualizzazione e di ricerca estetica. L’essere umano è elemento principale di un percorso di indagine delle forme e delle linee, in cui non rimane nulla di reale. La visione onirica e metafisica dei due autori è palpabile, diventa materia che avvolge e coinvolge lo spettatore. Ormai troppo spesso crediamo che il brutto, il degrado e l’abbandono siano portatori di messaggi profondi, di denuncia o di introspezione, ma con queste opere è chiaro come la ricerca della bellezza possa essere ciò a cui l’arte è ancora destinata, l’obiettivo di numerosi artisti che credono nel valore di un’estetica che ambisce alla perfezione formale. (c.m.)

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