La strage dei congiuntivi di Massimo Roscia


la strage dei congiuntivi

Valle Lomellina, 1-4-2016

E’ bene che esordisca con le dichiarazioni di intenti: io parteggio per i vendicatori sanguinari, i dinamitardi, gli stragisti che rendono giustizia alle vittime innocenti cadute sotto la mannaia dei tanti Erode; perché troppe sono le croci disseminate sul ciglio della strada, tanto il sangue versato, e strazianti le urla dei perseguitati. Nessuna pietà dunque per i mandanti di volta in volta trucidati, solo idiosincrasia al pensiero dell’immane reato commesso e profonda indignazione alla luce dei loro nomi che accompagnano i necrologi. Assassini, sì, ma avveduti: prima di esalare l’ultimo respiro si riproducono per garantire una progenie all’infame categoria. Caro lettore non trasalire, siamo nel ventre di un bellissimo romanzo – La strage dei congiuntivi – tanto originale quanto ricco di cultura umanistica, dove l’autore Massimo Roscia, si erge a paladino del modo verbale più bistrattato e vilipeso della lingua italiana: i congiuntivi, questi pregevoli giri armonici della nostra grammatica che conferiscono sempre al periodare una inconfondibile armonia e musicalità. Sul patibolo però, trovano posto anche i gerundi, i verbi rivoltati come calzini, la rampante confusione tra troncamenti, elisioni e per non finire, le insulsaggini più sconsolanti, ovvero, un rosario di squallore sintattico-grammaticale che grida vendetta. Ed ecco farsi largo tra la folla quattro giustizieri, che sotto l’egida di Dionisio si rincorrono per le 320 pagine del libro: un analista sensoriale, un bibliotecario, un dattiloscopista della polizia e un professore di letteratura sospeso dall’insegnamento a tempo indeterminato. Ma gli emuli di Erode, chi sono? Uno spaccato di variega ignoranza che lambisce democraticamente tutte le categorie. Incominciamo con una coppia istituzionale: il sindaco e l’ assessore  alla cultura Bill Gross Donicey, due somari capaci solo di emettere nell’etere ragli acuti e pomposi. La cultura, nel loro programma, è relegata nel grigiore ragionieristico della partita doppia, salvo sbandierarla poi, con pacchiane esibizioni lessicali e congiuntivi maltrattati, alla vigilia delle consultazioni elettorali. Giustiziati. Con i faccendieri c’è sempre la stampa e la giornalista di cronaca nera Luna Waning, rea di aver scritto ben quattro volte, un’omicidio, subisce la stessa sorte. Giustiziata. E poteva mancare in questa rassegna un prete? No. Don Tarquinio Cacologeo, non si macchia solo di colpe grammaticali, ma commette peccati mortali ben più gravi che lascio alla sensibilità del lettore di scoprire e valutare. Giustiziato. Mi ero ripromesso di fermarmi qui per non ledere la legittima curiosità di chi si accosterà alla lettura de “La strage dei congiuntivi”, che vivamente caldeggio; ma l’episodio che mi frulla per la testa è troppo allettante e, caro lettore, te lo racconterò a metà. Bonnez (chi sia lo scoprirai da te) invitato a nozze, sente la sposa pronunciare questo sproloquio:” Miei cari oggi è la giornata più bellissima che io avessi vissuto”.  La misura è colma, bisogna vendicare l’accrescitivo e il congiuntivo, senza però versare sangue, ma, qualcosa d’altro. E bravo lettore, ti sei avvicinato di molto alla soluzione, sei nei paraggi, l’hai quasi intuita e quando la scoprirai, non potrai che congratularti con Bonnez. La scrittura di Roscia scorre limpida e armoniosa come un virgineo ruscello di montagna e racconta di altri delitti che hanno tutti la mia personale approvazione, in senso metaforico, nel contesto del romanzo, nell’intento esclusivo di preservare l’idioma italico dalle incursioni barbariche, anche quelle condotte da donne e uomini in grisaglia.  Le citazioni classiche e le note di specifica che costellano l’opera, al pari delle pietre preziose incastonate nel diadema, conducono il lettore in un non luogo, dove le coordinate che guidano la nostra esistenza lasciano campo aperto alla fantasia e ognuno può scorgere, nei personaggi del romanzo, volti e circostanze incontrati almeno una volta nel corso della propria vita. L’autore non si ferma qui e con la sua aulica forma espressiva denuncia il grigiore, il piattume e la sciatteria di tanta scrittura odierna, che trova il proprio palcoscenico intellettuale su internet e, le più basse estrinsecazioni condensate negli sms. Il romanzo invece richiederebbe un linguaggio diverso: più articolato, meditativo, capace di produrre emozioni ed evocare contesti oggettivi anche lontani nello spazio e nel tempo e condurvi il lettore per poi riprenderlo e riportarlo alla contemporaneità. Oggi, troppi scritti contrabbandati per opere letterarie con la pretesa di essere anche frutto di ricerca storica (copia-incolla), popolano gli scaffali a ritmi impressionanti, e la scrittura che ne traspare, troppe volte è quella giornalistica, improntata alla sintesi fredda e senz’ anima. Questa scrittura ci rende tutti più poveri. Io sto dalla parte di Massimo Roscia, e voi?

Marco Feccia

 

 

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