Il museo dell’innocenza di Orham Pamuk


 

 

Il museo dell'innocenza.

 

Presentazione di Marco Feccia

Forse avevano ragione i Romani: “nomen omen”, nel nome di una persona, nel richiamo di un luogo è indicato il loro destino; e perché no, dico io, anche la sorte di un libro riecheggia già nel titolo.

E’ quello che vogliamo scoprire con “Il museo dell’innocenza”, l’ottavo romanzo di Orhan Pamuk (1952-Istanbul), il primo, dopo essere stato insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 2006.

La lettura che propongo questo mese, è un’opera smisurata, sottesa da una vicenda d’amore ambientata a Istanbul, che si snoda, senza remore e severa riprensione, dalla primavera del 1975, all’estate del 1984.

La leggendaria città che affaccia sul Bosforo, è il ricettacolo di storie, a volte a tinte fosche, che ammantano l’anima e il corpo dei suoi abitanti in perenne conflitto tra modernità e tradizione, dove il credo religioso è ancora il discrimine tra laicità e deriva fondamentalista; mentre il terreno di cultura nel quale affondano le radici arcaiche delle convenzioni sociali, tracciano la perimetrazione di comportamenti, usi e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi.

Istanbul è la cornice geografica della profonda espressione dell’anima di Pamuk, che contempla un prezioso tabernacolo: il museo, quello richiamato nell’intestazione.

L’edificio, cari amici, non è un’invenzione letteraria, esiste realmente, è ubicato in via Cukurcuma ed è una palazzina di tre piani tinteggiata rosso scuro e caparbiamente voluto dall’autore; più avanti vedremo perché.

Mai, come in questo caso, l’etimo si attaglia al sostantivo del titolo: luogo sacro alle Muse, Tempio delle Muse; perché in quell’edificio ha trovato dimora una parte considerevole della storia che andremo a conoscere.

Istanbul però, custodisce in sé e protegge qualcos’altro, che la copertina ci rivela candidamente: l’afflato dell’Innocenza.

E’ vero, le pagine del romanzo, mai intrise né di melassa né di volgarità, ci conducono subito al cospetto di un amore che non rifugge dall’erotismo; che fa propria una esplicita carnalità cercata con spasmodica insistenza unitamente alla corporeità espressa con gesti disinvolti, capaci di inebriare i sensi e scompaginare, apparentemente, i valori fondativi di un rapporto invece forte, puro e sincero.

Il turbinio dell’amore che cattura Kemal Basmaci e la giovane Fusun, non è lussuria, ma forza vitale in grado di abbattere diaframmi sociali, rimuovere atavici convincimenti culturali, per sovvertire poi alla luce del sole, la gerarchia di una consuetudine secolare mai del tutto sopita, che regna ancora sovrana nei ceti dominanti della Turchia, e non solo.

E’ una aperta sfida alla morale del tempo e una sottile e feroce critica alla borghesia.

Siamo al cospetto dunque di una dolce rivoluzione, e la passione della carne, sublimata dalla profonda partecipazione dello spirito, si veste di pudica innocenza.

Anche questa vicenda amorosa, come tante altre, ha una smagliatura che presto scopriremo.

Intanto occupiamoci ancora di Pamuk e constatiamo  la sua visione ecumenica della letteratura: irraggia, in un supremo atto d’amore Istanbul, sua città natale in cui vive da sempre; e ogni volta che ne ripercorre le strade, i quartieri, le piazze, come d’incanto affiorano alla sua mente una folla di persone e di affetti che hanno attraversato la sua infanzia e giovinezza, poi, attingendo alla grammatica del cuore, infonde loro una nuova e palpitante vita sulle meravigliose pagine dei suoi romanzi, e ci regala così un’altra  bellissima storia nata in riva al Bosforo, il braccio di mare che divide la parte occidentale da quella asiatica dell’antica Bisanzio.

Ma adesso è opportuno incontrare e conoscere da vicino almeno due protagonisti, gli altri, li lascio ai lettori che vorranno scorrere le pagine di questo capolavoro.

Kemal Bosmaci è il rampollo trentenne di una ricca e agiata famiglia dell’alta borghesia di Istanbul, che alla vigilia del matrimonio con Sibel, giovane, colta (laureata alla Sorbona) e benestante, si innamora perdutamente di Fusun, diciottenne commessa di straordinaria bellezza e sua lontana cugina.

Inizia così un irrefrenabile moto dell’anima, un’ardente trasporto che sembra non avere fine.

Ma la ragion “di famiglia”, accompagnata da un certo opportunismo, prevale, e Kemal – forse l’autobiografia di Pamuk? – lascia l’amante per non affrancarsi da un approdo economico e sociale sicuro.

La scelta lo segna per tutta la vita: in preda a tormenti, rimorsi e una passione mai placata, trascura gli affari e infine scioglie il fidanzamento con Sibel.

Quando gli innamorati si ritrovano, nulla è più come prima: la bella diciottenne di un tempo ha intrapreso la carriera cinematografica e frequenta il variegato mondo della celluloide, mentre Kemal, che non accetta di perderla, la incontra ancora per otto anni in assoluta castità; e qui ha inizio la maniacale raccolta dei più disparati oggetti – quasi feticci – che gli ricordano l’amata e recano conforto alla sua anima in balia della disperazione.

Colleziona mozziconi di sigaretta, ben 4213, porcellane, pendenti, utensili da cucina, quadri, libri, indumenti, collane, gingilli di ogni genere … e innumerevoli altri oggetti, che stipati negli armadi, nelle vetrinette, posati sui tavoli e posti a parete come fossero tappezzeria, danno vita al “Museo dell’innocenza” in via Cukurcuma, su tre piani, là, dove è vissuta la bella Fusun Keskin con i suoi genitori.

Questo è il cordone ombelicale che lega Kemal all’esistenza e al suo senso – ammesso ce ne sia ancora uno per lui -; è la luce che gli genera la forza per ricordare, accarezzare, rivivere e assaporare l’Amore ed esorcizzare la morte.

Adesso le stanze del Museo sono immerse nel buio e la moltitudine dei pezzi inanimati, per incanto si ridesta, e rimembra la tragedia di un uomo che, confinato ai margini della vita, assiste alla propria sconfitta.

Il finale della storia, che non voglio svelare, scivola dolcemente sul crinale della poesia, e Pamuk, in virtù della sua acclarata maestria di narratore, trasforma il reale in visione onirica e il sogno in realtà.

E’ vera poesia quella dell’autore.

Allora attingiamo alla fonte per eccellenza: immaginiamo Kemal, che in preda al tormento percorre senza sosta il suo museo, come sospinto da un vento impetuoso, e noi, in perfetta empatia con lui, ascoltiamo la sua voce incrinata dal pianto che pronuncia il celebre lamento dantesco:” Nessun maggior dolore/Che ricordarsi del tempo felice/Ne la miseria …”.

La morte lo coglierà nel 2007.

Marco Feccia

 

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