Buio a mezzogiorno – Arthur Koestler


Buio a mezzogiorno 1

Presentazione di Marco Feccia

Alla fine hanno vinto loro: la malattia inesorabile e le ferite inferte all’anima dagli ex compagni del Partito Comunista.

E cosi Arthur Koestler (Budapest 1905 – Londra 1983), il 3 marzo si suicida nella capitale britannica insieme alla terza moglie Cynthia, di vent’anni più giovane.

La parabola politica di questo grande intellettuale ungherese, per certi aspetti congruente a quella di Ignazio Silone, di cui mi sono occupato di recente in questo spazio culturale, trova il suo apogeo letterario nel romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo,”Buio a mezzogiorno”.

E’ un’opera importante, una teca preziosa come poche che conserva e mostra le terrificanti dinamiche, che sottendono ai processi staliniani.

Koestler ha potuto raccontare, con precisione chirurgica, gli orrori del comunismo perché, prima è sceso in questa perversa bolgia messianica e poi, quando ne ha percepito il volto sanguinario e menzognero, ha fatto pubblica abiura.

Detto in tal modo, il racconto che emerge da queste pagine sembrerebbe il paradigma di tutte le dittature, ma non è così, perché la verità storica è differente: lo stalinismo ha una sua diabolica peculiarità: stritola anche coloro che appartengono al Partito e a cui hanno dedicato, con profondo fervore dogmatico, la vita, come accade al protagonista del romanzo, Rubasciov.

Le pagine di Buio a mezzogiorno sono impietose e mostrano senza infingimenti il totale annientamento dell’uomo: il pronome “io” è bandito e condannato in quanto espressione borghese e soprattutto antirivoluzionario; nella dottrina comunista l’individuo è spogliato della sua naturale dignità, spersonalizzato e relegato alla stregua di un numero, per essere poi confinato e asservito ad un popolo immaginario, che esiste solo nella propaganda del Partito.

Koestler, più che un narratore è un intellettuale e in quest’opera si percepisce sino dalle prime pagine la tensione etico-politica volta a indagare, per capire, il raccapricciante connubio tra vittima e carnefice che si instaura nei processi di Mosca degli anni ’30, il periodo più cruento delle “purghe” staliniane.

Rubasciov, dicevano, ma chi è costui?

Il suo nome, per esteso, è Nicolaj Salmanovic Rubasciov (che richiama la figura di Bucharin), di professione commissario del popolo, investito dell’imperativo morale di smascherare, interrogare e punire i nemici del regime, quelli, per intenderci, che accampano tra le altre pretese, l’idea balzana del libero arbitrio.

Le vittime del nostro “eroe”, è bene dirlo, sono unicamente responsabili di anteporre il problema della colpevolezza e dell’innocenza a quello dell’utilità e del danno; e di preporre l’idea di uomo a quella di umanità intesa come massa.

A dirimere le controversie, per nulla dialettiche, assurge il verbo Comunista.

Ma lasciamoci condurre per mano dall’autore e seguiamo da vicino la storia, se non vera, verosimile, che sta per abbattersi su Rubasciov.

Anche lui, come le sue vittime, finisce sul banco degli imputati con l’assurda accusa di cospirare contro il regime; all’inizio respinge i capi d’imputazione, si difende e resiste anche alle torture, poi cede.

La nemesi è servita.

Il protagonista, al quale poi rivolgiamo i nostri sentimenti di umana compassione, alla fine condivide la prospettiva dei suoi aguzzini e accoglie la morte come estremo servizio da rendere alla causa del Partito.

Ancora una volta l’ideologia politica di impronta chiesastica, piega la ragione e l’istinto di conservazione: è la vittoria del metodo inquisitorio mai del tutto tramontato, e adottato nel corso della Storia a piene mani dai più diversi regimi totalitari.

La trama del romanzo non si arricchisce di molto rispetto le note sopra riportate; e la vicenda, tanto semplice quanto brutale ci racconta, attingendo alla maestria psicologica di Koestler, il profondo dramma di coscienza che attraversa il XX secolo, e oltre.

La tragedia del comunismo si consuma dunque nel sangue tra la menzogna rivestita di utopia, l’uso delittuoso del potere e il concetto di “uomo” rubricato nel novero dei “mezzi” e non dei “fini”, come vuole invece la civiltà.

Cari amici, nel congedarmi da voi desidero riprendere la riflessione finale dell’autore sulla vita e la morte di Rubascov; è una frase amara, ma di profonda eco poetica che scrive la parola fine ad una prosa meritevole di attenta lettura: ”…un’onda lo sollevò, lentamente. Veniva da un’immensa distanza e trascorse via placida, alzata di spalle dell’eternità”.

Presidente della Biblioteca di Valle Lom.

Marco Feccia

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