Diario di un curato di campagna – Georges Bernanos


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Presentazione di Marco Feccia

“Che importa? Tutto è grazia”,

mormora in punto di morte il trentenne parroco del villagio d’Ambricout (Fiandra) divorato dal cancro nell’abitazione di un prete spretato affetto da tubercolosi, suo ex compagno di seminario che ha smarrito la fede e dopo “un periodo d’evoluzione” si è sposato.

A lui chiede la remissione dei peccati che l’amico, adesso il droghiere Luigi Dupréty, non senza qualche turbamento, gli impartisce nella casa dello scandalo.

Questo è il celebre epilogo del romanzo più conosciuto di Georges Bernanos (Parigi 1888 – Neuilly-sur-Seine 1948) “Diario di un curato di campagna” (1936), che compendia in sé tutte le drammatiche vicende esistenziali che costellano le pagine del libro sul quale voglio richiamare la vostra attenzione.

La forma narrativa assegnata all’opera è il Diario, dove il protagonista annota a ritmo serrato e scrupoloso le sue più intime convinzioni che costituiscono l’ordito di una comunità capace di assurgere, nelle intenzioni dell’autore, a paradigma della cristianità.

La scrittura, di chiarezza cartesiana, focalizza l’attenzione attorno allo scontro fra Dio e il maligno, Grazia e peccato; ma in proposito ascoltiamo Bernanos: “Il mondo del peccato sta di fronte al mondo della grazia come l’immagine riflessa d’un paesaggio, al margine d’una acqua nera e profonda”. In questa espressione è racchiuso tutto il pensiero dell’autore che nel corso dell’opera attraversa, poi in forma critica, l’anima del giovane curato.

Il frammento di Chiesa offerto in riflessione al lettore, non è scevra da pathos: la maestria del romanziere emerge nella sua completezza, ci regala pagine percorse da trame coinvolgenti e le vicende narrate, pur declinando argomenti tra loro differenti, trovano tutte una mirabile unità di sintesi nel linguaggio letterario di uno dei più grandi autori del ‘900 francese.

Come tutti i preti bernanosiani, anche il nostro è animato da una profonda spiritualità che sottende la sua azione pastorale, e trova nel Vangelo l’unica fonte di ispirazione.

E’ giovane, da poco ordinato sacerdote, calato in un mondo al cospetto di persone volgari e indifferenti con cui vive quotidiani contrasti – ancor più accentuati da una forma di alcolismo di tara familiare e affetto da cancro allo stomaco – dunque, percepisce dalla vita solo sfiducia, acuto senso di fallimento e angoscia:”L’anima tace, Dio tace”.

Poi, la piccola comunità, “divorata dalla noia”, essa stessa un cancro, gli mostra in lento progredire le piaghe purulenti che affliggono donne e uomini di cui Bernanos ci presenta l’immane sofferenza, frutto dell’impari lotta fra il soprannaturale e il mondo.

Il conforto alle sue tribolazioni, il protagonista del romanzo lo trova al cospetto del più anziano confratello, il curato di Torcy, amico e padre spirituale, che gli ricorda la missione assegnata da Gesù ai cristiani, di essere:”Il sale della terra” e non il miele.

Di tutt’altra caratura è invece il decano di Blangermont, più ragioniere che pastore d’anime.

Diamo ora uno sguardo dentro le mura del castello, dove i rapporti familiari tra il conte, la contessa e la figlia Chantal sono deteriorati da tempo; e lascio all’avveduto lettore scoprirne le cause.

Occupiamoci invece del passaggio, ovvero del confronto spigoloso, tra il curato d’Ambricout e la contessa. La nobildonna non accetta, e respinge con veemenza, l’accusa che le muove il giovane sacerdote di trascurare la figlia per macerarsi nel ricordo struggente del primogenito morto, tragedia che non ha mai “perdonato” a Dio.

Il faccia a faccia, drammatico e di alto profilo morale, richiama pagine di dostoievskiana memoria, al termine delle quali la donna si riconcilia con Dio.

Una vittoria della Fede ottenuta attraverso l’opera di un semplice curato di campagna, deriso e svillaneggiato, a cui Alessandro Manzoni avrebbe certamente prestato i versi finali dell’ode Cinque maggio:”Bella Immortal! Benefica/Fede ai trionfi avvezza! / Scrivi ancor questo, allegrati …/”

Il giorno seguente, l’umana tragedia.

La malattia è un’ombra costante che attraversa tutto il romanzo, e i due medici usciti dalla penna di Bernanos, il Dr. Delbende il Dr. Laville – come il protagonista della nostra storia – sono anch’esse persone non integrate e soffrono delle afflizioni inflitte loro da una società ingiusta, dove i patimenti dello spirito piegano le ultime umane resistenze.

Il Dr. Delbende muore suicida, salvando però la propria integrità, mentre il Dr. Laville allude più volte al gesto estremo, che non commette, e muore anch’egli nel breve volgere di tempo dello stesso male del curato.

Il cancro, nella prospettiva dell’autore, non è soltanto il flagello che devasta e annienta i corpi, ma la metafora di una patologia sociale, dunque politica, che alligna ovunque, anche nella Chiesa.

Adesso il curato d’Ambricout sta per esalare l’ultimo respiro nella casa della colpa, dove l’amico, non più sacerdote, lo ha munito dei conforti religiosi.

Nell’ombra, qualcuno non approva, ma…

Che importa? Tutto è grazia”.

Marco Feccia

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