GIANNA GHEICH: l’arte di narrare storie


 

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Quando ti affacci al suo studio intuisci subito che quello di Gianna Gheich è un percorso di ricerca artistica che dura da parecchio e che con il trascorrere del tempo si è fatto sempre più rigoroso, essenziale, privo di inutili orpelli estetici.

Nel passare in rassegna la sua vasta produzione appesa, accatastata o ben ordinata, ti rendi anche conto che le opere da lei realizzate nel corso degli anni non recano i segni chiari della distanza ma sembrano piuttosto eseguite a stretto contatto l’una con l’altra, senza una vera e propria cesura e quasi senza un esplicito criterio di sviluppo stilistico.

Nelle sue sculture, create a partire da un sottile velo di rete metallica, nelle sue “carte” acquerellate o nelle sue ceramiche sembra esserci sempre una intuizione semplice e, nel contempo, estremamente complessa: quella in base a cui il lavoro artistico ha come unico fine “l’espressione”, che non dipende propriamente né da fattori cronologici né, paradossalmente, da soli fattori estetici.

L’arte di Gianna Gheich infatti non ubbidisce a chiare scansioni temporali e, aperta com’è ad ogni sorta di contaminazione materica e stilistica, non sembra ubbidire neppure a chiare articolazioni morfologiche.

La sua opera, nell’insieme, non è il riflesso di una tendenza, o almeno di un orientamento, ma l’espressione immediata e diretta di un “sentire” profondo e dell’insopprimibile desiderio di raccontare storie, le sue – certo, quelle più  intime – ma ancor più le “non” storie della gente – gli “stanti” – quegli indistinguibili, omologati ed amorfi individui che compongono la smarrita società dei nostri giorni.

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Ecco allora che il lavoro dell’artista acquista immediatamente una chiara organicità e consequenzialità, pur nella forte discrepanza dei singoli pezzi.

In realtà non è tanto “l’unità stilistica” a rendere coerente il suo percorso, quanto “l’unità di ispirazione”, questa sì del tutto coerente e rettilinea al di là delle apparenze immediate. Da una immagine all’altra si avverte una sorta di eco interna che accosta e rende affini forme di fatto lontane e persino antitetiche, il cui “senso” però è logico e complementare.

Gianna Gheich dipinge, assembla e modella ciò che (ac)cade sotto i suoi occhi nel corso di un quotidiano molto più attivo che contemplativo. Congela istanti, cogliendone realtà e paradossi, tragedie ed ironie.

In tal senso, qualunque cosa faccia, è un’artista del tutto realista e, anzi, la sua concezione del realismo è la più spontanea e diretta possibile, quella cioè in base a cui tutte le apparenze del reale sono già strutturate in senso “estetico” e l’artista non deve fare altro che registrare e fissare questo “sottinteso” che è presente in ciò che ci circonda, in ciò che si vive. Non è una posizione di tipo filosofico, ma, al contrario pressoché istintiva; le fonti della sua ispirazione sono l’atto stesso della visione e tutte le sensazioni che accompagnano il corso delle esperienze, costituendone il lato puro e disincantato.

Edoardo Maffeo

 

 

 

 

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